Celle perovskite-silicio al 34% grazie a nanoparticelle di zirconia
di Andrea Bai pubblicata il 21 Settembre 2026, alle 15:41 nel canale Energie Rinnovabili
Nanoparticelle discrete di zirconia fra ossido conduttivo e monostrato: l'interfaccia sepolta resta passivata ma non isolata, e il tandem di Soochow University e LONGi arriva a 33,5% certificati con 2,014 V e l'84% dell'efficienza dopo 2000 ore
La Soochow University ha portato una cella tandem perovskite-silicio al 34,0% di efficienza di conversione in laboratorio, e la misura su un esemplare certificato in modo indipendente ha dato 33,5% in stato stazionario con una tensione a circuito aperto di 2,014 V. Per questa classe di dispositivi quel valore di tensione è fra i più alti mai riportati. Il lavoro, pubblicato su Science Bulletin, è firmato insieme al LONGi Central R&D Institute.
All'interfaccia sepolta della cella il gruppo ha inserito nanoparticelle discrete di zirconia monoclina (ZrO2), fra l'ossido conduttivo trasparente e il monostrato auto-assemblato che estrae le lacune. Le nanoparticelle non formano uno strato isolante continuo: restano separate una dall'altra e lasciano scoperte le vie del monostrato sottostante. La discontinuità scioglie il compromesso su cui i lavori precedenti si erano fermati.

Una cella tandem impila una perovskite ad ampio bandgap sopra una base di silicio, per sfruttare meglio lo spettro di emissione solare rispetto a quanto possibile con una singola giunzione. Due difetti ne limitano la resa: la perovskite cresce in modo disomogeneo sulla superficie testurizzata del silicio, e all'interfaccia con il trasportatore di lacune una parte dei portatori si perde per ricombinazione non radiativa. Le passivazioni tentate prima riducevano la ricombinazione, ma frapponevano una barriera isolante che rallentava l'estrazione della carica, e il guadagno in tensione si pagava in trasporto.
Due funzioni sulla stessa interfaccia
Le nanoparticelle cambiano l'energia superficiale del substrato, e la soluzione precursore della perovskite si distribuisce in modo più uniforme. I film che ne risultano sono densi, senza vuoti, e con grani cristallini più grandi. La crescita, che sul silicio testurizzato è il primo punto debole, migliora prima che entri in gioco qualunque effetto elettrico.
Sul piano elettrico le nanoparticelle separate formano contatti localizzati su scala nanometrica. Dove c'è zirconia la passivazione avviene per effetto di campo e sopprime la ricombinazione non radiativa; dove il monostrato resta esposto, le lacune continuano a essere estratte senza ostacoli. L'alta costante dielettrica della zirconia scherma poi le fluttuazioni elettriche locali, limita l'accumulo di carica e riduce l'isteresi del dispositivo.
La spettroscopia fotoelettronica a raggi X ha mostrato la formazione di legami Zr-O-P fra la zirconia e le molecole del monostrato. Insieme al legame che il monostrato già stabilisce con l'ossido conduttivo, quei legami costruiscono una rete a doppio ancoraggio, con molecole che aderiscono meglio e copertura più uniforme. La microscopia a forza atomica in modalità conduttiva e le misure con sonda Kelvin hanno restituito distribuzioni di corrente e di potenziale superficiale più omogenee sull'interfaccia trattata.
Dalla vita dei portatori ai numeri certificati
La fotoluminescenza risolta nel tempo ha misurato una vita media dei portatori passata da 1,46 a 2,81 microsecondi dopo la modifica combinata, quasi il doppio. La spettroscopia fotoelettronica nell'ultravioletto indica un allineamento energetico più favorevole all'estrazione delle lacune. Le misure di impedenza registrano una ricombinazione interfacciale ridotta.
La cella campione ha raggiunto il 34,0% di efficienza con una tensione a circuito aperto di 1,997 V, una densità di corrente di corto circuito di 20,36 mA/cm2 e un fill factor dell'83,62%. La certificazione indipendente ha rilevato 2,014 V di tensione a circuito aperto e un'efficienza in stato stazionario del 33,5%.
A luglio LONGi, che ha partecipato allo studio con il proprio centro di ricerca, ha annunciato una tandem perovskite/silicio al 35,5%, certificata dal Centro comune di ricerca della Commissione europea, senza però diffonderne i dettagli costruttivi. Per confronto, la miglior cella in silicio a giunzione singola si ferma al 28,13% in laboratorio e i moduli commerciali più efficienti arrivano al 25%. L'interesse del lavoro pubblicato su Science Bulletin sta nella tensione a circuito aperto di 2,014 V, tra le più alte riportate per questa architettura, e nel fatto che il meccanismo sia descritto per intero: una modifica dell'interfaccia che riduce le perdite senza penalizzare l'estrazione delle cariche.
Celle incapsulate sono state tenute sotto illuminazione continua equivalente a un sole, al punto di massima potenza e a temperatura ambiente: dopo 2000 ore il dispositivo con zirconia conservava l'84% dell'efficienza iniziale. Il lavoro porta come primi autori Huimin Zhang e Qingshui Zheng, con il coordinamento di Jiang Liu, Xiaohong Zhang e Hongbo Mo alla Soochow University e di Bo He al LONGi Central R&D Institute. Le prove riportate non coprono il comportamento a temperatura elevata né il passaggio dalla cella di laboratorio al modulo.








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7 Commenti
Gli autori dei commenti, e non la redazione, sono responsabili dei contenuti da loro inseriti - infono, se guardi ai fatti concreti, su un pannello di 2*1 cioè 2mq fanno ben 680W che oggi richiedono 2.4*1.2m (le dimensioni standard di un pannello industriale) cioè quasi 3mq di superficie... Quello che è poco, o meglio, tanto ma in senso negativo, è il degrado; efficienza scesa all'84% dopo 2000 ore è un schifezza, i pannelli attuali scendono al 88/89% dopo 25+ anni che in ore (di uso diurno) sono oltre il quadruplo con, appunto, maggiore efficienza residua
L'energia totale da cui parti è quella che arriva come luce solare, in tutte le frequenze che vanno dall'ultravioletto all'infrarosso passando per la luce visibile. Non tutte queste frequenze sono adatta a staccare gli elettroni dai loro atomi, quelle troppo basse non staccano l'elettrone, quelle troppo alte vengono sprecate perché l'elettrone non sa cosa farsene, lui assorbe solo l'energia necessaria per staccarsi.
L'evoluzione dei pannelli passa per mix di materiali diversi in cui gli elettroni hanno soglie differenti e quindi riescono a sfruttare uno spettro più ampio di frequenze, ma prenderle tutte è impossibile, soprattutto ad un certo punto questi materiali diventano così costosi e fragili che il gioco non vale più la candela. I pannelli solari che montano sui satelliti, dove il budget non è un problema, arrivano anche al 45%, per cui sappiamo che tali efficienze sono possibili, dobbiamo "solo" riuscire a trovare un processo industriale economicamente sostenibile.
La perovskite e' fantastica. Pero' si, come ha detto Alessandro soffre di stabilita'.
Purtroppo la ricerca e' ossessionata dal raggiungere il numero maggiore possibile di efficienza, e molto poco alla stabilita' della perovskite stessa.
E questo perche' purtroppo gli assegni ai ricercatori si danno alzando il numeretto e non la stabilita'.
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